San Giovanni Bosco
Tratto
dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed.
Jaca Book
Don Bosco nasce quando
ancora non sono passati trent'anni dal
Nel secolo XIX l'attacco è ormai mescolato, in modo spesso assai
intricato, con le questioni sociali e con le questioni
nazionali.
Non è possibile, nemmeno lontanamente, descrivere il tempo di don Bosco:
tempo di prima industrializzazione, di moti risorgimentali,
di restaurazioni e di rivoluzioni; in ogni caso di turbamenti per noi
inimmaginabili. Per facilitare soprattutto i più giovani, possiamo accostate il
nome di don Bosco a quello dei suoi contemporanei più prestigiosi.
Quando muore Hegel, il
filosofo dell'idealismo, don Bosco ha 16 anni. Comte - che vorrà fondare la
nuova religione dell'umanità - ha 17 anni più del nostro Santo. Feuerbach ha
invece 11 anni di più, Darwin 6 anni, Marx 5 di meno,
Dostoevskij 6 anni, Tolstoj 13.
In Italia quando don Bosco nasce, Foscolo ha 37 anni,
Manzoni ha 30 anni, Leopardi 17, Mazzini 10, Garibaldi
8.
Pio IX, Leone XIII, Vittorio Emanuele II, Cavour,
Rattazzi, Crispi, Rosmini gli sono amici.
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La casa
natìa a Castelnuovo. |
Lo stesso anno in cui don Bosco muore, nella stessa
città, a Torino, Nietzsche viene definitivamente colto
da follia.
Molti di questi nomi don Bosco non li ha
neppure conosciuti.
Il letterato più celebre che incontrò - in due colloqui segreti a
Parigi, convertendolo, secondo la testimonianza di don Bosco stesso - fu
Victor Hugo.
Ma non c'è dubbio che il mondo in cui don Bosco visse era esattamente
quello che veniva agitato da tutto questo insieme di
influssi. In esso don Bosco fece le sue scelte,
coltivò certe idee e ne rifiutò altre, a volte assunse acriticamente certe
impostazioni del suo tempo. Sarebbe assurdo immaginarlo diversamente.
In tutto questo ribollire di persone, avvenimenti, idee, progetti,
restaurazioni e rivoluzioni - tempo in cui
Si può prendere un episodio della vita di don Bosco e passarlo al
microscopio trovando una documentazione non del tutto perfetta. In compenso ce
ne sono subito presenti altri mille sostenuti da decine e
decine di testimonianze d’ogni genere.
Prendiamo, ad esempio, come punto di riferimento quel 1848 che passò
alla storia come l'anno dei grandi turbamenti, l’anno
della prima guerra d'indipendenza.
A Torino il seminario si svuota. Più di 80 chierici, in reazione
all'arcivescovo, durante
L’anno successivo l’arcivescovo è arrestato e imprigionato. In città si
scatenano le bande anticlericali che assaltano i conventi. I preti si dividono
in preti patrioti e preti reazionari. Il governo intanto
prepara una legge per sopprimere tutti i conventi. La legge, che sopprimerà 331
case religiose per un totale di 4.540 religiosi, verrà
firmata nel 1855.
Sono solo
alcuni gravi episodi tra mille altri; eppure in quegli stessi anni a Torino
vivono e operano contemporaneamente - amici e collaboratori tra loro - san
Giovanni Bosco, san Giuseppe Cafasso (il prete dei
carcerati e dei condannati a morte, che dirige spiritualmente san Giovanni
Bosco), san Giuseppe Benedetto Cottolengo (il prete dei malati incurabili che
diceva d'essere il “manovale della Provvidenza”). Per un certo tempo don Bosco
gli dà una mano, poi seguirà la sua strada. Il
Cottolengo un giorno gli prende tra le dita un lembo della veste e gli dice
profeticamente:
«E’ troppo
leggera. Procuratevi una veste più resistente perché molti ragazzi si appenderanno a questo abito».
C'è poi una
ragazza di vent'anni più giovane di don Bosco. Costui la
incontra nel 1864: diverrà la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice:
Santa Maria Mazzarello.
Nel 1854
entra nell'oratorio di don Bosco un ragazzo di una rara profondità interiore. E
l'anno della proclamazione dell' Immacolata: quel
bambino è innamorato di questo mistero mariano. Diventa santo a 15 anni:
Domenico Savio.
Un altro
ragazzino diventerà successore di don Bosco, anche lui proclamato beato da
poco: Beato Michele Rua.
Un altro
ancora, che passa all'oratorio 3 anni («la stagione felice della mia vita», quando sa che don Bosco è in fin di vita ha allora 16
anni), offre a Dio in cambio la sua giovane esistenza. Diventerà il Beato Luigi
Orione, anch'egli fondatore di una congregazione per bambini poveri (è quel
prete di cui parlò Silone in un suo celebre racconto autobiografico). Dirà di
don Bosco: «Camminerei sui carboni ardenti per vederlo ancora una volta e
dirgli grazie».
Un altro
giovane prete, don Federico Albert, predica i primi esercizi spirituali a una cinquantina di ragazzi, tra i quali don Bosco vuol
scegliere i suoi collaboratori. Oggi anche quel predicatore è un «Beato»
Sono già otto
santi ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa (per non dire di decine d'altri
rimasti anonimi) che si incontrano e si parlano e si
capiscono come l'amico incontra l’amico. E attorno a loro che il soprannaturale
si ramifica con manifestazioni innumerevoli e commoventi, come se Dio
intendesse mostrare - mentre
Nella vita di
don Bosco s’incontra ogni tipo di fenomeni miracolosi: sogni profetici,
visioni, bilocazioni, capacità di intuire i segreti dell'anima, moltiplicazioni
di pani e di cibo e di ostie, guarigioni, perfino
risurrezioni di morti.
Ricorderò solo due episodi che ebbero una gran risonanza per il loro
riflesso pubblico nella società del tempo il primo episodio è non solo triste, ma terribile.
Quando il re è indeciso se firmare la legge di soppressione dì tutti i
conventi - legge che gli attirerà la scomunica da parte della Santa Sede - don
Bosco «sogna» che un valletto di corte gli annuncia:
«Grandi
funerali a corte».
Ne parla a
tutti i suoi collaboratori. Scrive una lettera al re per avvertirlo “che
pensasse a regolarsi in modo da schivare i minacciati castighi, e dl impedire a
qualunque costo quella legge”.
Questa la
successione dei fatti. L’avvertimento di don Bosco e del dicembre del 1851. Il
12 gennaio 1855 muore
Il re è
furioso con don Bosco. Il 29 maggio, consigliato perfino da alcuni preti, firma
comunque la legge.
Ognuno
giudichi come vuole, ma i contemporanei restarono
allibiti.
L'altro
episodio è invece commovente: nell’estate
Tre squadre: i grandi a servire
nel Lazzaretto e nelle case, i meno grandi a raccogliere i moribondi nelle
strade e i malati abbandonati nelle case. I piccoli in casa
disposti alle chiamate di pronto intervento.
Ognuno con una bottiglietta di aceto
per lavarsi le mani dopo aver toccato i malati. La città, le autorità, anche se
anticlericali, sono sbalordite e affascinate. L'emergenza finisce il 21
novembre. Tra agosto e novembre a Torino ci sono stati 2.500 appestati e 1.400
morti. Nessuno dei ragazzi di don Bosco si ammalò.
Sono solo due episodi utili a far percepire qualcosa
del clima in cui viveva don Bosco e in cui vivevano, come in qualcosa di
palpabile, i ragazzi e i collaboratori che stavano
con lui, attratti non dalla sua magia, ma dalla sua familiarità con Dio. Questa
è la spiegazione cattolica. Chi la nega per principio, poi deve necessariamente
accumulare mille e una spiegazione alternativa.
Quando nel 1884 don Bosco venne
intervistato da un reporter del Journal de Rome (è il primo santo della
storia che sia stato sottoposto a questa tecnica giornalistica inventata nel
1859 da un americano), gli verranno poste, tra le altre, queste domande:
D Per quale miracolo lei ha potuto fondare
tante case in tanti paesi del mondo?
R Ho potuto fare più di quello che
speravo, ma il come non lo so neppure io.
dei nostri
tempi, ci aiuta...
D Permetta un’indiscrezione: di miracoli
ne ha fatti?
R Io non ho mai pensato ad altro che a
fare il mio dovere. Ho pregato e ho confidato nella Madonna...
D Che cosa pensa delle condizioni attuali
della Chiesa in Europa, in Italia, e del suo avvenire?
R Io non sono un profeta. Lo siete invece
tutti voi giornalisti. Quindi è a voi che bisognerebbe
domandare che cosa accadrà. Nessun,o eccetto Dio,
conosce l'avvenire. Tuttavia, umanamente parlando, c'è
da credere che l'avvenire sia grave. Le mie previsioni sono molto tristi, ma
non temo nulla. Dio salverà sempre la sua Chiesa, e
Ma chi era
dunque don Bosco?
Per parlare di lui, bisogna cominciare a parlare
della madre: una povera contadina che non sapeva né leggere né scrivere,
rimasta vedova quando Giovanni ha due anni e che deve
lottare a denti stretti, in tempi di carestia e di disgrazia, per tenere unita
la sua Famiglia. Ciò che ella conosce é elementare:
alcuni brani della Scrittura a memoria e gli episodi del Vangelo; i principi
fondamentali della vita cristiana (“Dio vede anche nei tuoi pensieri”); il
paradiso e l'inferno; il valore redentivo della sofferenza; uno sguardo
fiducioso alla Provvidenza; i Sacramenti e il Rosario.
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Ascoltiamo però don Bosco stesso: «Ricordo
che fu lei a prepararmi alla prima confessione. Mi accompagnò in
Chiesa, si confessò per prima, mi raccomandò al confessore e dopo mi aiutò a
fare il ringraziamento. Continuò ad aiutarmi fino a quando
mi credette capace di fare da solo una degna confessione».
Ancora don
Bosco: «Nel giorno della prima Comunione in mezzo a quella folla di ragazzi
e di gente era quasi impossibile conservare il raccoglimento. Mia madre al
mattino non mi lascio parlare con nessuno. Mi
accompagnò alla Sacra mensa. Fece con me la preparazione e il ringraziamento.
Quel giorno non volle che mi occupassi dì lavori materiali. Occupai il tempo nel leggere e nel pregare. Mi ripeté più volte queste
parole: Figlio mio, per te è stato un grande giorno.
Sono sicura che Dio è diventato il padrone del tuo
cuore. Promettigli che ti impegnerai per conservarti
buono per tutta la vita...».
Ed
è la stessa donna che, quando si parla di una possibile vocazione religiosa
del figlio, gli dice: «Se ti facessi prete e
per disgrazia diventassi ricco, non metterò mai piede in casa tua».
E
il giorno dell'ordinazione sacerdotale: «Ora sei prete, e sei più vicino a Gesù. Io non ho letto i tuoi libri, ma ricordati
che cominciare a dir messa vuol dire cominciare a
soffrire. D'ora in poi pensa solo alla salvezza delle anime e non prenderti
nessuna preoccupazione di me».
Quando avrà appena incominciato a far la nonna dei nipotini datigli
dall'altro figlio, con una relativa tranquillità, Giovanni andrà da lei e le dirà:
«Un giorno avete detto che se diventavo ricco non sareste mai venuta a casa
mia. Ora invece sono povero e carico di debiti. Non verreste a fare da mamma ai
miei ragazzi?».
Mamma
Margherita risponderà soltanto umilmente: «Se credi che
questa sia la volontà di Dio...».
E
passerà gli ultimi dieci anni della sua vita (1845-1856) a fare da mamma a
decine e centinaia di figli non suoi, ma che quel figlio prete le conduce da
parte di Dio, fino a sfInirsi, prendendo forza -
quando non ne può più - da uno sguardo umile e paziente rivolto al crocifisso.
I
santi nascono e crescono cosi.
Fin
da piccolo Giovanni Bosco ha fatto un sogno che, perfino durante il sonno gli
sembrava «impossibile»: cambiare delle piccole «belve» in figli di Dio; e da
allora un impulso interiore lo spinge a dedicarsi alla gioventù abbandonata.
Per
loro ha voluto ad ogni costo diventare prete, studiando fuori età, sorretto da
una memoria prodigiosa, superando umiliazioni e fatiche d’ogni genere.
Negli
anni di studio ha trovato tempo - per mantenersi o per passione – di fare il
pastore, il giocoliere e il saltimbanco, il sarto, il fabbro ferraio, il
barista e il pasticciere, il segnapunti al tavolo deI
biliardo, il suonatore di organo e di spinetta. Più avanti farà anche lo
scrittore e il compositore di canzoni.
Ma
preoccuparsi degli altri ragazzi privi di pane, di istruzione
e di fede, gli sembrava - come egli stesso scrive – « l’unica cosa che dovessi
fare sulla Terra ». E questo « fin da quando
avevo cinque anni ».
Torino
a quel tempo è presa dalla febbre della prima industrializzazione.
Gli immigrati si contano a decine di migliaia, nel 1850 si
parla addirittura di 50.000 o 100.000 immigrati. Si cominciano a
costruire case su case. La città è invasa da bande di
ragazzi che si offrono per tutti i lavori possibili
(ambulanti, lustrascarpe, fiammiferai, spazzacamini, mozzi di stalla,
garzoni...) e non sono protetti da nessuno. Si formano vere e proprie bande che
infestano i sobborghi, soprattutto nei giorni festivi in cui non si lavora.
I
primi accostati da don Bosco sono muratori, scalpellini, selciatori e simili.
Molti
ragazzi si danno al furto e finiscono, prima o poi,
nelle carceri della città.
Anche
altri preti giovani del tempo hanno intanto cominciato a preoccuparsi dei
ragazzi abbandonati, ma si lasciano trascinare dai problemi politici e la loro
opera viene travolta. Uno di essi
- molto noto a Torino -, persuaso di «seguire il popolo», ha condotto i suoi
duecento giovanotti a prendere parte alla battaglia di Novara. È una disfatta in tutti i
sensi.
Don
Bosco non guarda in faccia nessuno, preoccupato solo dei suoi ragazzi. Li
raccoglie in un oratorio, se li trascina dietro nella continua ricerca di un
luogo abbastanza capace per poterne ospitare un numero
sempre crescente. Deve combattere su molti fronti contemporaneamente. I
politici sono preoccupati del potenziale rivoluzionario rappresentato da
quelle bande di giovinastri che obbediscono, a centinaia, a
un solo cenno di don Bosco.
L'oratorio
è insistentemente sorvegliato dalla polizia. Alcuni ben
pensanti «pensano» che l'oratorio sia un centro d’immoralità. I parroci
della città sono preoccupati perché vedono distrutto il «principio parrocchiale».
Se si deve fare l'oratorio, bisogna farlo nelle parrocchie.
L'accusa è: «I giovani si staccano dalle parrocchie».
Don
Bosco è messo sotto accusa: i parroci d’altronde pensano ancora a un'epoca tramontata, quando i giovani immigrati si presentavano
con un biglietto di raccomandazione del proprio parroco d'origine per essere
accolti.
D'altra
parte gli oratori parrocchiali – quelli che esistono - sono solo festivi e don
Bosco li immagina quotidiani, con una compromissione
totale del prete. Solo questo fa sì che i parroci sospendano prudentemente il
loro giudizio e la loro offensiva.
Insistono
però almeno che don Bosco indirizzi successivamente i
suoi giovani alle rispettive parrocchie.
Ma
sono ragazzi che non si avvicinerebbero mai a una
parrocchia, e per di più - cosa ancora
più seria e sempre difficile da capire per chi sta al di fuori - l'oratorio di
don Bosco è solo secondariamente una struttura o un luogo. Sostanzialmente
l'oratorio è don Bosco stesso, la sua persona, la sua energia, il suo stile, il
suo metodo educativo: e questo non lo si può
trasportare da una parrocchia all'altra. Per fortuna l'Arcivescovo decide di
visitare personalmente l'Oratorio. Passa una giornata piena d'allegria e si
diverte di gusto («non ho mai riso tanto in vita mia», dirà). Dà
Per
sua decisine tutti i verbali delle cresime vengono raccolti
dalla Curia e invitati successivamente ai rispettivi parroci: così l'Oratorio è
praticamente accettato come “la parrocchia dei ragazzi che non hanno
parrocchia”.
Con
una significativa sottolineatura teologica, don Bosco
dice che l'abate Rosmini - suo entusiasta Sostenitore - « paragonava la
nostra opera alle missioni che si aprono in terra straniera ».
Un
altro versante di lotta per don Bosco è con i cosiddetti «preti patrioti», che
tentarono gravemente di politicizzare i suoi ragazzi, per lanciarli nelle lotte
risorgimentali.
“Nell’anno
1848 – scrisse - ci fu un tale pervertimento di idee e
di opinioni che non potevo più nemmeno fidarmi dei collaboratori domestici.
Ogni lavoro casalingo doveva quindi essere fatto da me. Toccava a me fare cucina, preparare a tavola, spazzare la casa, spaccare
la legna, confezionare camicie, calzoni, asciugamani, lenzuola e rammendarli
quando si strappavano. Sembrava una perdita di tempo invece trovai in
quell’attività una possibilità d'aiutare i giovani nella loro vita cristiana. Mentre distribuivo il pane, scodellavo la minestra, potevo
con calma dare un buon consiglio, dire una buona parola”.
Su
un altro versante ancora, la lotta era contro coloro
che (ed erano tanti, a un certo punto furono perfino gli amici) si convinsero
che don Bosco era veramente e irrimediabilmente impazzito.
Mentre con i suoi ragazzi traslocava ripetutamente da un misero luogo
all'altro, don Bosco parlava loro con assoluta convinzione di vasti oratori,
chiese, case, scuole, laboratori, ragazzi a migliaia, preti numerosissimi a
disposizione.
I
ragazzi gli credevano, ripetevano le sue parole. Al
contrario, perfino i più affezionati amici lasciavano cadere le braccia: «Povero
don Bosco, si è tanto infatuato dei giovani che gli ha dato di volta il
cervello».
Tutta Torino parlava del “prete pazzo”. Si cercò perfino di internarlo,
con uno stratagemma.
L'
amico più intimo del Santo, un altro prete, piangeva: «Povero don Bosco, è
proprio andato!».
“Tutti
- scrive don Bosco - si tenevano lontani da me. I miei collaboratori mi
lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ragazzi”.
Ciò
che sconvolgeva era soprattutto una cosa: a chi gli obiettava che la realtà era
infinitamente lontana dalle sue descrizioni “case, scuole, chiese ecc.” ed esasperato gli diceva: « ma dove sono queste cose? », rispondeva: « Non lo so, ma
esistono, perché io le vedo ».
Intanto
i ragazzi crescevano e preoccupavano sempre di più.
« “Devo
riconoscere - scrive don Bosco - che l'affetto e l' obbedienza
dei miei ragazzi toccavano vertici incredibili ». Ma questo rafforzava la
voce che don Bosco, con i suoi giovani, poteva da un momento all'altro dare
inizio a una rivoluzione.
Bisogna
riportarsi al clima politico di allora. Ma d'altronde non aveva quell’uomo
straordinario portato fuori dal carcere, sulla parola
e senza nessuna sorveglianza, per un giorno di sollievo, più di trecento
giovani carcerati, riconducendoli a sera senza che ne mancasse nemmeno uno.
Bisogna
anche capire chi era don Bosco per loro. Un episodio lo rivela sufficientemente.
Nel
luglio deI 1846 egli ebbe uno sbocco di sangue e
svenne, dopo una massacrante giornata passata all'Oratorio.
In breve: è in fin di vita e riceve l'estrema
unzione. Resta otto giorni tra la vita e la morte.
In quegli otto giorni ci furono ragazzi che,
sotto il sole rovente lavorando sulle impalcature, non toccarono una goccia
d'acqua, per chiedere a Dio la sua guarigione. Si davano il cambio notte e
giorno al Santuario della Consolata per pregare per lui, dopo aver fatto le
consuete dodici ore di lavoro. Alcuni promisero di recitare il rosario per
tutta la vita. Altri di restare a pane e acqua per mesi, per
un anno, qualcuno per sempre.
I medici dicevano che quel sabato don Bosco
sarebbe certamente morto. Gli sbocchi di sangue erano ormai continui, Don Bosco
guarì, impensabilmente.
Li ritrovò tutti - pallidissimo e senza forze
- in una cappella. Disse solo: «La mia vita la devo a voi. D'ora in poi la
spenderò tutta per voi». E passò il resto della
giornata ad ascoltarli uno per uno per cambiare in cose facili e possibili le
promesse smisurate che essi avevano giurato a Dio per la sua guarigione.
Non era solo un'affezione romantica, e
idealizzata, era frutto di una vita spesa in opere e opere.
Impossibile descriverla. Possiamo solo elencare
alcuni dati.
Nel 1847, quando già centinaia di ragazzi
frequentano l'Oratorio, alcuni tra loro, che non sanno dove andare perché non
hanno casa, cominciano a vivere stabilmente con don Bosco e mamma Margherita.
I primi ospiti sono alloggiati in cucina.
Saranno sei alla fine dell'anno; trentacinque nel 1852; centoquindici nel 1854;
quattrocentosessanta nel 1860; seicento nel 1862, fino ad un tetto di ottocento.
Nel 1845 don Bosco fonda la scuola serale,
con una media di trecento alunni ogni sera.
Nel 1847 un secondo oratorio.
Nel 1850 fonda una società di mutuo soccorso
per operai.
Nel 1853 un laboratorio per calzolai e sarti.
Nel 1854 un laboratorio di legatoria di
libri.
Nel 1856 un laboratorio di falegnameria.
Nel 1861 una tipografia.
Nel 1862 una officina
di fabbro ferraio.
Intanto nel 1850 è nato anche un convitto per
studenti, con dodici studenti che diventano
centoventuno nel 1857.
Nel 1862 dunque l'oratorio
conta seicento ragazzi interni e altrettanti esterni.
Oltre i sei laboratori ci sono scuole
domenicali, scuole serali, due scuole di musica vocale e strumentale, e trentanove
salesiani che con don Bosco hanno dato inizio a una
congregazione religiosa.
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Madonna delle Grazie |
Nel frattempo – a seminario diocesano chiuso -
egli ha curato anche le vocazioni sacerdotali. Al termine della sua vita
(1888), da Valdocco saranno uscite diverse centinaia di preti «nuovi» perché
provenienti dalle classi povere.
Nel frattempo ancora - sempre per i suoi
ragazzi - don Bosco è diventato scrittore: scrive una storia sacra ad uso delle
scuole, una storia ecclesiastica, una storia d'Italia,
molte biografie e opere educative. Una cinquantina di titoli. Ha scritto
perfino un volumetto sul «sistema metrico decimale ridotto a semplicità»: tale
nuovo sistema doveva entrare in vigore nel 1850 e
doveva essere insegnato nelle scuole a partire dal 1846, ma il governo non
aveva preparato nessun testo. Considera ogni volumetto «un atto di amore» per
Abbiamo seguito intanto don Bosco fino agli
inizi degli anni '60: manca ancora un quarto di secolo alla sua morte. Per
allora avrà inoltre curato la pubblicazione di 204 volumetti di una «Biblioteca
della gioventù italiana» (con testi latini e greci), avrà aperto i primi cinque
collegi, fondato una congregazione femminile, avrà costruito il Santuario di
Maria Ausiliatrice e la chiesa del Sacro Cuore a Roma, avrà fondato 64 case
salesiane in sei nazioni e missioni in America Latina, e avrà 768 salesiani.
Avrà compiuto viaggi apostolici trionfali in Francia e Spagna, paesi in cui
tutti vorranno conoscere «l’uomo della fede» (titolo con cui è universalmente
noto).
In
Francia resterà quattro mesi, nel 1883, viaggiando dovunque. Quando giunge a
Parigi, Le Figaro scrive che davanti
alla sua casa «file di carrozze stazionano tutto il giorno già da una
settimana». Il Cardinale Lavigerie Io chiama «il San
Vincenzo de' Paoli dell'Italia».
Un
particolare significativo: nel 1883 la tipografia di
don Bosco era quella meglio attrezzata di Torino. Nel 1884 alla «Esposizione
nazionale dell'Industria, della Scienza e dell'Arte», don Bosco ebbe a
disposizione una galleria speciale sul cui ingresso si leggeva a caratteri
cubitali la scritta:
DON
BOSCO: FABBRICA DI CARTA, TIPOGRAFIA, LEGATORIA E LIBRERIA SALESIANA
|
Il Duomo di
Chieri |
Fu il primo prete espositore in una Esposizione
nazionale dedicata al lavoro. Dice lo storico che chi leggeva la scritta,
prima rideva, pensando di trovare dentro il solito
bazar di robe da sacrestia, poi entrava e restava allibito di poter assistere
dal vivo all’intera catena di lavoro. Non era mai avvenuto a nessuno di poter
assistere a tutto il processo con cui dagli stracci per fare la carta si arriva
all’uscita del volume, illustrato con centinaia di incisioni
e ben rilegato. Un giornale di Reggio Emilia scrisse che la galleria di don
Bosco era una delle poche sempre affollate.
Quest'attività
impressionante pone veramente la domanda sul significato storico dell'opera di
don Bosco.
Oggi chiunque può
permettersi, senza rischio, qualunque banalità e qualunque brutale giudizio
quando parla di cose e persone di Chiesa, tanto molti cristiani accettano tutto
e condividono tutto: hanno paura di essere
trionfalistici; ogni critica e ogni deprezzamento della loro storia va loro
bene. A volte si fustigano anche da soli, tanta è la voglia di apparire
moderni. Caso mai, se si esagera, sorridono un po’.
Dagli oratori salesiani, in questi 125 anni di storia della nostra
nazione, sono usciti, formati in tutti i sensi, milioni di italiani.
Ma milioni di uomini appaiono «patetici» alle idee di
qualcuno, dato che San Giovanni Bosco non aveva posizioni politiche avanzate
ne’ intelligenti analisi sociali progressiste.
Semplicemente vedeva il
bisogno e interveniva. Ma interveniva su uomini concreti, quelli che la storia
la fanno tutti i giorni anche se sembrano «patetici»
di fronte alle grandi sintesi storiche dei professori.
In un promemoria che lo
stesso don Bosco scrisse a Francesco Crispi si legge:
«Dal registro consta che
non meno di centomila giovinetti, assistiti, raccolti, educati con questo sistema,
imparavano la musica, chi le scienze letterarie, chi arte e mestieri, e sono
divenuti virtuosi artigiani, commessi di negozio, padronI
di bottega, maestri insegnanti, laboriosi impiegati e non pochi coprono
onorifici gradi nella milizia. Molti anche, forniti dalla natura di un non
ordinario ingegno, poterono percorrere i corsi universitari e si laurearono in
lettere, in matematiche, medicina, leggi, ingegneri, notai, farmacisti e
simili».
Davanti a don Bosco qualcuno
storce il naso perché in politica - in una situazione politica complessa e
violenta - preferì astenersi da un lato (gli bastava, come diceva, “la
politica del Pater noster”), e dall'altro scelse
il principio apparentemente facile di stare col Papa.
Nell'epoca in cui tutti -
anche gli anticlericali - gridavano: “Viva Pio IX”, perché speravano in un
Papa liberale, don Bosco insegnava ai suoi ragazzi che bisognava invece gridare
“viva il papa”
Egli era, secondo la sua
espressione, attaccato al pontefice “ più che il polipo allo scoglio”.
Interrogato sulla questione
romana, perché prendesse posizione, don Bosco rispondeva:
« lo sono col Papa, sono cattolico,
obbedisco il Papa ciecamente. Se il
Papa dicesse ai piemontesi: Venite a Roma, allora io pure direi: Andate.
Se il Papa dice che l’andata dei, piemontesi a Roma e
un furto, allora io dico lo stesso. Se vogliamo essere
cattolici, dobbiamo pensare e credere come pensa il Papa ».
Le questioni e i personaggi
in questione, allora non erano mitizzati come lo sono
oggi nei nostri libri dì storia: apparivano come erano con tutta la loro
ambiguità, meschinità. D'altra parte ancora, l'opera di quei preti che allora
si schierarono politicamente «col popolo, per l'unità» resta nella storia
assolutamente irrilevante.
D'altra
parte ancora, don Bosco fu l'uomo di cui tutti, Chiesa e Stato, re e pontefice,
ministri e cardinali, sapevano di potersi servire quando
bisognava assolutamente trovare un accordo.
Quando
bisognò risolvere la questione delle diocesi italiane dopo l'unificazione
(sessanta diocesi erano senza vescovo), le lunghe trattative
ebbero don Bosco come intermediario.
Un altro
episodio significativo: fu proprio il ministro
Rattazzi che spiegò spontaneamente a don Bosco come fondare una congregazione
religiosa, nonostante la soppressione degli ordini religiosi da lui stesso
decretata (la famosa legge Rattazzi del 1855). « Rattazzi - disse don Bosco
- volle con me combinare vari articoli della nostra Regola, riguardanti il modo
dì comportarci rispetto al Codice Civile e allo Stato ».
In pratica
gli insegnò abilmente a fare una congregazione che al suo interno fosse governata dalle normalI leggi ecclesiastiche e che al
suo esterno - rispetto allo Stato -
fosse governata secondo le leggi civili che regolano le diverse
associazioni di mutuo soccorso o altro genere. L'intuizione geniale di «creare
una società religiosa che davanti allo Stato fosse una società civile» gliela
diede Rattazzi stesso. L'idea sorprese perfino i Vescovi. Nasceva dall'affetto
che Rattazzi, anticlericale convinto, aveva per don Bosco.
Ancora, davanti a don Bosco si
storce il naso perché egli non contestò l'assetto sociale del suo tempo e le
divisioni in classi, ma aiutò i poveri restando dentro
quel sistema. Cioè: chiedendo l'elemosina ai ricchi. Anche questa critica significa ragionare solo con i principi
e non con i fatti. Certo, mentre don Bosco fondava il suo secondo
oratorio, Marx scriveva il Manifesto. Don Bosco aveva un
suo giudizio abbastanza preciso sulla situazione, anche se non rifletteva
scientificamente sulla vastità internazionale del fenomeno pauperista e dei
rivolgimenti che si preparavano.
Ma
egli rifiutò di fare il «prete sociale» e il politico perché sentì che la sua
vocazione era l'intervento immediato, l'amore che subito si rimbocca le maniche
e sì mette al lavoro. C'è chi è chiamato a battersi contro le cause dell'ingiustizia
e chi è chiamato a battersi subito contro i suoi effetti. Ad ognuno la sua
vocazione: tutte sono importanti, quella di chi riflette e prepara analisi e
progetti e quella di chi intanto deve amare, deve
accogliere, deve salvare perché i poveri non possono attendere le grandi
analisi e i grandi progetti. «Lasciamo agli altri ordini
religiosi più formati di noi, diceva, le denunce, l'azione
politica. Noi andiamo diritti ai poveri».
D'altra parte, perfino
Pertini scrisse di aver imparato nelle scuole
salesiane «un amore senza limiti per tutti gli oppressi e i miseri: la
mirabile vita del vostro Santo mi ha iniziato a questo amore».
Ed è interessante ancora
sapere che alcuni dei primi contratti d’apprendistato fatti in Italia - con
vere e rivoluzionarie novità sociali - sono scritti e
firmati da don Bosco.
Un ultimo aspetto non era
stato finora mai rimproverato a don Bosco: la sua capacità educativa.
Oggi c'è anche chi accusa don
Bosco d'aver avuto una pedagogia «funebre», «regressiva», «un disegno pedagogico
quasi ossessivo».
Nel 1920 un celebre
pedagogista anticlericale e non credente ma onesto, Giuseppe Lombardo Radice,
scriveva ai suoi: «Don Bosco era un grande che dovreste
cercare di conoscere. Nell’ambito della Chiesa…egli seppe creare un imponente
movimento di educazione, ridando alla Chiesa il
contatto con le masse che essa era venuta perdendo. Per noi che siamo fuori
della Chiesa e da ogni Chiesa, egli è pure un eroe,
l'eroe dell'educazione preventiva e della scuola-famiglia. I suoi prosecutori
possono essere orgogliosi».
E ancora: «Don Bosco? Il
segreto e in un idea! Le nostre scuole: molte idee.
Molte idee può averle anche un imbecille, prete o non
prete, maestro o non maestro. Un’idea e difficile; un’idea vuol dire un'anima»
Dopo sessant’anni, quelli
che contestano don Bosco hanno evidentemente
«moltissime idee». Nel 1877 don Bosco diede alle stampe un breve fascicolo
intitolato: Il sistema preventivo dell’educazione
della gioventù.
Anzitutto
la prima prevenzione era la persona stessa dell'educatore,
la sua assoluta dedizione.
«Ho
promesso a Dio che fino l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani - diceva don Bosco. Io per voi studio,
per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono anche disposto a dare la vita»
«Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte
mattina e sera, in qualunque momento».
La
prevenzione comincia a questo livello di dedizione totale del educatore, dedizione
che don Bosco intendeva nei termini più concreti possibili, fino a esigere che anche i direttori delle sue case stessero in
mezzo ai ragazzi in tutti i momenti, anche ricreativi: dovevano essere
visibili, percepibili, incontrabili, familiari.
Allora, in
un regime educativo fondato sull'autoritarismo, era una vera e propria
rivoluzione, un'impostazione capovolta. La disciplina non doveva essere
ottenuta col castigo, ma con la persuasione e non aveva bisogno di «schieramenti»:
non aveva cioè come ideale la fila ben ordinata, ma
l'assembramento intorno all'educatore.
Il
corrispondente di un giornale francese (Pèlerin) nel
1883 scrisse in un suo articolo:
« Noi
abbiamo visto questo sistema in azione. A Torino gli studenti formano un
grosso collegio, in cui non si conoscono file, ma da un luogo all'altro si va a
mo' di famiglia. Ogni gruppo circonda un insegnante, senza chiasso, senza
irritazione, senza contrasti. Abbiamo ammirato le facce serene di quei ragazzi
né ci potevamo trattenere dall'esclamare: qui c'è il
dito di Dio! ».
L'allegria
doveva essere la molla naturale che agganciava il soprannaturale:
«Devi sapere - spiegava il piccolo Domenico Savio a
un compagno appena arrivato - che qui facciamo consistere la santità nello
stare molto allegri».
L'imposizione
doveva essere abolita anche là dove era consacrata dall'uso e dall'importanza
della questione: allora non c'era ambiente educativo giovanile in cui non fossero obbligatorie la confessione e la comunione.
Don Bosco
confessava e comunicava tutti i ragazzi, ma nessuno era tenuto a farlo. Anzi raccomandava sempre di non annoiarli con gli obblighi.
Solo incoraggiarli. Semplicemente gli dimostrava che, senza la pace del cuore,
non potevano essere veramente felici, veramente
ragazzi.
D'altra parte
don Bosco era profondamente convinto che senza familiarità con Dio, senza
«religione», non è possibile educare.
«L'educazione,
diceva, è cosa del cuore e Dio solo ne è il padrone e
non potremo riuscire a niente se Dio non ci dà in mano la chiave di questi
cuori». E aggiungeva: «Soltanto il cattolico può con successo applicare un metodo preventivo».
Riusciva a
convincere di questo perfino qualche protestante che andava a trovarlo per
imparare. Le espressioni che possono sembrare «intolleranti» fanno parte
appunto di quell’«idea» totalizzante che fa un vero
educatore. L'idea che don Bosco ha dell’educatore è totale, totale l'idea della
sua attività, totale l’idea del bisogno educativo.
Non c'è un
aspetto che egli ritenta di dover trascurare o che sia indegno dell'educatore,
sia che si tratti di far da mangiare, o di tagliare un abito, o partecipare a un gioco o insegnare un mestiere, o istruite, o far
musica, o pregare o predicare, o confessare, o dare l’eucaristia.
Nel 1884,
quando il santo era ancora vivente usci una biografia
di don Bosco, scritta da un autore francese. Diceva: « Fino ad ora i
fondatori di Congregazioni e di Ordini religiosi si
sono proposti un fine speciale in seno alla Chiesa essi vi hanno praticato la
legge che gli economisti moderni chiamano la legge della spartizione del
lavoro. Don Bosco sembra aver concepito I’idea di far compiere alla sua umile comunità tutto il lavoro ».
Ragione,
religione, amorevolezza era d trinomio su cui don Bosco intendeva fondare la
sua opera preventiva.
All'educando
bisognava offrire tutto intero lo spazio della vita. Soprattutto - amorevolezza
aveva una connotazione particolare. Si può infatti
amare molto e combinare poco.
Scriveva in
una sua celebre lettera da Roma, nel 1884: «Ma i miei
giovani non sono amati abbastanza? Tu sai se io li amo. Tu sai quanto per essi ho sofferto e tollerato nel corso di ben quarant'anni e
quanto tollero e soffro anche adesso. Quanti stenti, quante umiliazioni, quante
opposizioni, quante persecuzioni per dare ad essi
pane, case, maestri, e specialmente per procurare la salute delle loro
malattie.
Ho fatto
quanto ho saputo e potuto per coloro che formano l'affetto
di tutta la mia vita... Che cosa ci vuole ancora dunque?».
E la risposta era: «Che i giovani non solo siano
amati ma che essi stessi sappiano di essere amati».
Ai tempi
di don Bosco ciò era talmente vero che un suo ragazzo - divenuto adulto -
rispondeva a chi lo interrogava: «Noi vivevamo
d'affetto».
Questa è
la genialità di don Bosco: non basta amare, bisogna far vedere che si ama,
renderlo percepibile: «Un amore che si esterna in parole,
atti e perfino nell'espressione degli occhi e del volto».
E questo esige un'ascesi profonda, un coinvolgimento totale o
quotidiano.
Nel 1883
andò a trovarlo un pretino lombardo, incuriosito di ciò che sentiva dire di
lui. Diventerà Papa Pio XI, colui che proclamerà
«Santo» don Bosco.
Dovette
aspettare, perché don Bosco aveva radunato i direttori delle sue case e parlava
con loro. Intanto il pretino osservava. Quasi cinquant’anni dopo - ormai Papa -
raccontava così quel!' incontro:
« C'era
gente che veniva da tutte le parti, chi con una difficoltà chi con un'altra. Ed egli in piedi come se fosse una cosa di un momento, sentiva
tutto, afferrava tutto, rispondeva a tutto. Un uomo che era
attento a tutto quello che accadeva attorno a lui e nello stesso tempo si
sarebbe detto che non badava a niente, che il suo pensiero fosse altrove.
Ed era veramente così: era altrove, era con Dio. E
aveva la parola esatta per tutti, così da
meravigliare. Questa la vita di santità, di assidua
preghiera che don Bosco conduceva tra le occupazioni continue e implacabili ».
Ma questa era appunto una capacità educativa - su di sé e
sugli altri - divenuta ormai santità.
Negli ultimi mesi si trascinava a fatica: «Dove
andiamo, don Bosco?» gli dicevano. Rispondeva: «Andiamo in Paradiso»
Fu proclamato Santo alla
chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934.
E fu il primo Santo della
storia per il quale, il giorno dopo la canonizzazione,
anche
Era anche questo un riconoscimento di come ormai don Bosco appartenesse a tutti. Fino a oggi.